"Il prezzo della guerra" di Guido Rampoldi
La guerra che doveva durare due notti prosegue da quattro settimane e
potrebbe durare almeno sei mesi. Ormai è chiaro che Milosevic rifiuta qualsiasi formula di negoziato preveda
una forza internazionale in Kosovo, tantopiù se organizzata intorno ad un nucleo Nato. Per quanto si possa
ancora sperare che la diplomazia russa aggiri i no di Belgrado e inventi una pace praticabile, questa non è
una partita che possa concludersi con un pareggio. Milosevic promette che la Nato "morirà in Kosovo"
e il nucleo trainante della Nato vuole che in Kosovo muoia lui.
Credere nella possibilità di un compromesso tra queste due volontà di vittoria (o di sopravvivenza),
potrà anche aiutare i governi di Roma e Bonn a tenere insieme le rispettive maggioranze, ma non ci sottrarrà
alla scelta che vorremmo evitare: se continuare una guerra finora inconcludente oppure accettare una pax serba
alle condizioni di Belgrado. Dunque, che fare? In primo luogo dovremmo chiarirci quali siano gli obiettivi della
guerra.
Nel campo occidentale permangono ambiguità e confusione. Da una parte si dice: vogliamo risolvere la crisi
del Kosovo. Ma Clinton, il Dipartimento di Stato, Londra, da giorni aggiungono: Milosevic deve farsi da parte.
Questo progetto non è stato improvvisato per giustificare una continuazione del conflitto. Già due
anni fa l'ex ambasciatore americano Morton Abramowitz, non a caso riapparso aRambouillet nei panni di consigliere
della delegazione albanese, esplicitava così la nuova linea del Dipartimento di Stato: per stabilizzare
definitivamente l'ex Jugoslavia è indispensabile togliere di mezzo i regimi autoritari di Zagabria e di
Belgrado (Washington Post, 17 agosto '97). Tudjman e il suo apparato pieno di ustasha stanno agonizzando per conto
loro. Resta Milosevic. Il Kosovo è diventato l'occasione o il pretesto per toglierlo di mezzo. Se per il
tradizionalismo serbo il Kosovo è la culla della patria, per Milosevic ha una valenza anche maggiore: è
l'origine simbolica del suo potere personale. Proprio cavalcando il risentimento anti-albanese, 12 anni fa s'impossessò
del partito comunista serbo e celebrò la virata nazionalista con una grandiosa manifestazione in Kosovo.
Consegnare adesso alla Nato il palcoscenico da cui aveva promesso la Grande Serbia, equivale per Milosevic ad un
suicidio politico. Egli ne è così consapevole che fino allo scorso ottobre rifiutava perfino l'idea
di un negoziato sul Kosovo. Il suo destino è così intrecciato al destino del Kosovo, adesso come
non mai, che Milosevic si arrenderà solo nel caso il regime si sfaldi o si spacchi lo stato maggiore, lungo
le linee di frattura su cui confidavano, troppo, gli americani.
Ma finora il regime ha retto, i generali hanno obbedito, e la guerra anzi ha prodotto l'opposto dei risultati dichiarati.
Nel sarcasmo di una dissidente serba, "partita con l'idea di salvare gli albanesi e cacciare Milosevic, la
Nato ha rafforzato Milosevic e il Kosovo ha subìto una tragedia prevedibile".
Questo è lo stato delle cose, e non si può negare fondatezza alle obiezioni di chi in Italia sostiene
che i raid siano stati (finora) controproducenti. Il problema è che il partito degli scettici avrebbe dovuto
manifestarsi molto prima: in autunno, quando la Nato, su richiesta americana, abbinò la minaccia di bombardamenti
al negoziato sul Kosovo. Quello era il momento di opporsi e di suggerire strade meno avventurose. Ora è
troppo tardi. Se adesso la Nato rinunciasse ai bombardamenti e accettasse il ricatto di Belgrado (rimpatrio dei
deportati albanesi, ma alle nostre condizioni), Milosevic trionferebbe. E con lui quello stalinismo post-moderno
che il regime sta instaurando col pretesto della guerra e con la legge marziale. Il presidente jugoslavo diventerebbe
la prova, o il faro nel mondo slavo, di una possibile rivincita sui valori che le democrazie occidentali rappresentano.
Il partito umanitario può obiettare che questa è un'ipotesi astratta rispetto all'unica certezza:
il prezzo imposto alle popolazioni dal perdurare della guerra. Ma non è difficile intuire che sofferenze
ben maggiori attenderebbero gli albanesi, i montenegrini, i macedoni, i bosniaci e gli stessi serbi nel caso gli
occidentali accettino un qualunque compromesso Milosevic possa realisticamente vendere per una vittoria. Né
il Kosovo né alcune tra le nazioni confinanti con la Serbia sarebbero al sicuro.
Se dunque la guerra è stata finora fallimentare, una pace ad ogni costo sarebbe assai peggio. Non fosse
che per questo, la Nato non può che perseguire l'unica, vera soluzione alla crisi del Kosovo: uno Stato
di diritto in Serbia, cioè il collasso del regime di Milosevic. Quegli europei partiti per la guerra con
la bandiera bianca nello zaino, pur vedendo confermate le loro perplessità, non possono negare che solo
in uno Stato di diritto si potrebbe ancora organizzare una convivenza etnica in un Kosovo soggetto alla sovranità
di Belgrado.
Ma questo dovrebbe essere chiaro anche a quei generali che vorrebbero ficcarsi nella trappola di Milosevic, una
guerra con truppe di terra il cui esito è prevedibile: una mostruosa spartizione etnica del Kosovo, dopo
una sconfitta militare serba che Milosevic trasformerebbe agevolmente nella propria vittoria politica (gli basterebbe
la morte di cento soldati occidentali per gridare: ho fermato l'invasore). Le opinioni pubbliche europee andrebbero
poste di fronte alla realtà: questa probabilmente non sarà una guerra di settimane, e produrrà
altro dolore. Se non siamo pronti ad accettare il peso del dolore, tanto vale estrarre subito la bandiera bianca
ripiegata nello zaino. Purché non si continui a credere possibile stare nella guerra senza esserci davvero.
Perché è il modo peggiore per subirla e andare a rimorchio di decisioni altrui.